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venerdì 12 febbraio 2010

Pagine d'autore


Il Ponte


Ero rigido e freddo; ero un ponte, gettato sopra un abisso. Da questa parte erano conficcate le punte dei piedi, dall'altra le mani; avevo i denti piantati in un'argilla friabile. Le falde della mia giacca svolazzavano ai miei fianchi. Giù nel profondo rumoreggiava il gelido torrente dove guizzano le trote. Nessun turista veniva a smarrirsi in quelle alture impervie, il ponte non era ancor segnato sulle carte. Così giacevo e aspettavo, dovevo aspettare. Una volta gettato, un ponte non può smettere di essere ponte senza precipitare.
Un giorno verso sera - fosse la prima, fosse la millesima, non saprei dire - i miei pensieri erano un guazzabuglio, e facevano una ridda. Verso sera, d'estate, più cupo scrosciava il torrente, ecco che udii un passo umano! A me, a me! Stenditi, ponte, mettiti all'ordine, trave senza spalletta, sorreggi colui che ti è affidato. Compensa insensibilmente l'incertezza del suo passo, ma se poi vacilla, fatti conoscere e lancialo sulla terra come un Dio montano. Egli venne, mi percosse con la punta ferrata del suo bastone, poi sollevò le falde del mio abito e me le depose in ordine sul dorso. Infilò la punta del bastone nei miei capelli folti e ve la mantenne a lungo; probabilmente egli si guardava d'intorno con aria feroce. Poi a un tratto - io stavo appunto seguendolo trasognato per monti e valli - saltò a piedi giunti nel mezzo del mio corpo. Rabbrividii per l'atroce dolore, del tutto inconscio. Chi era? Un fanciullo? Un sogno? Un grassatore? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi volsi per vederlo. Il ponte che si volta! Non ero ancora voltato e già precipitavo, precipitavo ed ero già dilaniato e infilzato dai ciottoli aguzzi che mi avevano sempre fissato così pacificamente attraverso l'acqua scrosciante.

mercoledì 4 novembre 2009

Pagine d'autore


"....mi misi a percorrere con lo sguardo le case stinte, che parevano accovacciate l'una di fianco all'altra come vecchi animali neghittosi nella pioggia. Che aria squallida e cadente avevano tutte. Stavan lì addossate senza criterio, come erbacce spuntanti dal terreno. Erano state costruite due o tre secoli prima a ridosso di un muro di pietra basso e giallo, unica sopravvivenza di un antico edificio assai esteso in lunghezza, come viene viene, senza tener alcun conto delle altre. Qui una mezza casa fuori squadra con fronte rientrante; là accanto un'altra, che invece sporge come un dente canino. Sotto il fosco cielo parevano giacere nel sonno, e nulla si avvertiva di quella vita perfida e ostile che talvolta par da esse emanare, quando la nebbia delle sere autunnali che ristagna nelle vie ne vela e dissimula la quasi impercettibile mimica. Abito qui da una generazione, e in tutto questo tempo si è fatta sempre più forte in me l'impressione, e non riesco a liberarmene, che ci siano certe ore della notte e sul primo far dell'alba ad esse riservate, ore che queste case devono trascorrere in agitati, muti, conciliaboli segreti. E talora un lieve fremito trascorre pei loro muri, inspiegabili, misteriosi rumori rotolano giù per i tetti e s'infilano nei tubi delle grondaie, e noi con i nostri sensi ottusi non vi facciamo caso, non ci chiediamo quale causa abbiano questi fenomeni. Ho spesso sognato di stare a spiare queste case nella loro attività fantomatica e di apprendere, con stupore e paura, che esse sono le autentiche, occulte signore della via, capaci di privarsi della loro vita e dei loro sentimenti ma poi di riacquistarli ancora, di celarli durante il giorno alla gente che le abita per riprenderseli a notte con interessi da usurai. E prende a sfilarmi nella mente tutta quella gente strana che abita queste case come fantasmi, come esseri - non nati da madri - che in quel che pensano e fanno sembrano consistere di tanti pezzi messi insieme a casaccio; e ciò più che mai m'induce a credere che tali sogni celino verità oscure, che nella veglia continuano a covarmi nell'anima come tenui impressioni suscitate da fiabe multicolori.".........tratto da Il Golem di Gustav Meyrink