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sabato 29 gennaio 2011

Bollywood apre le porte alla diversità

Come cambia una delle più grandi industrie cinematografiche del mondo, che con "Maa" ha portato sullo schermo un film tutto interpretato da attori disabili. L'esempio più eclatante di una delle pellicola presentate al Festival internazionale del cinema sull'handicap di Delhi

 

Da tempo Bollywood ha scoperto che la disabilità fa parte della vita. E che attori disabili, o che interpretano personaggi con disabilità, possono emozionare e commuovere, fare piangere e far sorridere. In India si contano almeno tre pellicole di successo sul tema dell'handicap e a Delhi esiste perfino il Festival internazionale del cinema sulla disabilità. Ma non era mai accaduto prima d'ora di incontrare un film, "Maa", dove tutti ma proprio tutti, dal regista al direttore della fotografia, dagli attori protagonisti alle comparse, dal coreografo ai cento ballerini fino agli autisti e agli addetti al catering, fossero persone con una disabilità. Solo due sono le figure non disabili presenti nel cast, ma non è un caso: bisognava pur rispettare le esigenze del copione.

La pellicola è nata, come racconta il Deccan Herald, dall'incontro tra alcuni militanti della Tamil Nadu handicapped federation e il capo del dipartimento governativo che si occupa di cinema e televisione. L'intento? Denunciare, divertendo, le mille difficoltà che le persone disabili sono costrette a sopportare quando si tratta di cercare un lavoro, di trovare un alloggio o di sposarsi. Non a caso la storia è quella di un amore contrastato: lui è disabile, lei no.

Questo film è solo l'esempio più eclatante di un'industria cinematografica che negli ultimi anni ha prodotto più di una pellicola di successo sul tema dell'handicap. "Guzaarish" racconta la storia d'amore tra un paziente paraplegico e la sua infermiera. L'attore Shahruk Khan in "My name is Khan" ha interpretato talmente bene il ruolo di un ragazzo autistico da essere paragonato al Tom Hanks di "Forrest Gump" o al Dustin Hoffman di "Rainman". Ma avviene anche il contrario, e così in "Shadow" l'attore non vedente Naseer Khan ha perfino rifiutato lo stuntman. Immersioni subacquee, guidare un'automobile in fiamme, saltare dal trentottesimo piano: nessuna scena d'azione gli è sembrata eccessiva. Perché, come lui stesso ha rivelato in una intervista alla Bbc: "La parola impossibile non esiste nel mio dizionario". Per dirla con i Blues Brothers: quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare.

Fonte: Superabile.it

venerdì 24 dicembre 2010

….I nostri auguri…….

 

 

….Noi siamo sempre con loro……non soltanto a natale…

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Unlike

mercoledì 15 dicembre 2010

FEMMINILITA' DISABILE

Mi chiamo Manuela Filippozzi, ho venticinque anni, sono disabile motoria fin dalla nascita.
Amo esprimere me stessa per mezzo del linguaggio poetico e pittorico. I miei versi, sono composti con parole semplici ma profonde; i miei dipinti esprimono sentimenti cromatici. Per me scrivere poesie e dipingere significa rivolgermi a me stessa come si fa con un diario. Amo fare diverse esperienze, e conoscere gente nuova che mi aiutano a crescere e maturare. Amo l'arte in genere, ed ogni forma di espressione. Leggo molti libri, autobiografici, oppure umoristici. Sono una ragazza allegra ed estroversa che ama la vita.

Con quest'articolo, voglio esprimere la mia opinione su come andrebbero considerati i disabili, soprattutto le donne che, spesso, sono emarginate dalla società; se poi sono disabili lo sono ancora di più.
In una normale famiglia, una ragazza è preparata per avere una propria vita familiare, come sposa, e madre. Per quanto riguarda invece l'educazione della donna disabile, all'interno della famiglia, posso dire che, rispetto ad altri paesi esteri, forse noi italiani siamo ancora molto indietro, perché la mentalità della gente, in genere non considera una donna disabile in quanto donna, con tutti i suoi desideri e problemi, ma la considera soltanto una persona, da curare, osservare, coccolare, viziare come un'eterna bambina, nei casi più rosei, oppure un individuo di cui vergognarsi.
E' ovvio che, avendo a che fare con disabilità gravi questo tipo di discorso si accentua nei suoi molteplici aspetti. In generale, un disabile è considerato una persona, e non un uomo o una donna, con diritti e doveri, che di solito hanno i così detti "normali", ad esempio a un disabile difficilmente è concesso, la possibilità del matrimonio o della maternità, io penso che pur con tutte le difficoltà che sorgono, se due disabili intendono sposarsi in modo responsabile perché negarglielo?
Tutto nel limite del possibile ovviamente; anche perché disabili non solo si nasce ma lo si può diventare, in seguito ad incidenti e malattie. Perciò cominciamo, a renderci conto che il disabile non è un semplice paziente da studiare per sperimentare o fare delle conferenze.
Noi disabili abbiamo sentimenti, paure, opinioni, desideri come tutti gli esseri umani. Forse è anche colpa della società, dei mass media, che impongono delle regole per me assurde, bellezza e perfezione e non intelligenza, simpatia, e voglia di vivere. Sono d'accordo che anche l'occhio voglia la sua parte, ma non tutto quello che luccica è oro. Se i genitori dei disabili, dessero un'educazione giusta, una buona preparazione alla vita adulta, senza privilegi e discriminazioni il disabile avrebbe il desiderio di crescere, ed invecchiare, giustamente senza restare bambino per sempre, cosa che accade molto spesso.
Questo difficile compito non solo va ai genitori ma a tutta la comunità, a cominciare per primo dal non considerare una persona su di una sedia a rotelle come una povera indifesa, ammalata, senza cervello, ma a trattarla con rispetto e non con pietismo, o peggio, ignorarla come se non ci fosse. E' necessario un comportamento normale, come si ha con gli amici.
Gli uomini disabili, hanno un vantaggio rispetto alle donne disabili, in quanto un uomo con una donna senza disabilità accanto è più aiutato in casa. La donna è più paziente, non privilegia l'aspetto fisico o, per lo meno, non gli da molta importanza. Tra una donna disabile e un uomo senza disabilita è molto difficile la convivenza in quanto un uomo, in genere, è attratto dai modelli di bellezza femminile imposti dalla società, per i quali una donna deve essere bella, senza ausili ortopedici, altrimenti tutti riderebbero di lui, provocando la sua vergogna. Poi, in casa, un uomo tutto non può fare, avendo un lavoro, perciò ha bisogno di un aiuto domestico e di molta disponibilità economica, e molti aiuti per lui e soprattutto per lei.
Nella nostra società è veramente ora di cambiare il modo di valutare le persone, al di là dall'aspetto fisico. Con un corretto comportamento, si possono abbattere gli ostacoli sociali e culturali, formando delle persone consapevoli, e adulte, come di norma dovrebbe essere per tutti.
Quindi, per me non bisogna fare distinzioni, se uno è disabile o no, siamo uomini e siamo donne come tutti, quindi abbiamo doveri e diritti uguali.
Manuela

Se volete mettervi in contatto Manuela questo è il suo indirizzo di e.Mail manu@onw.net

martedì 14 dicembre 2010

I FRATELLI DELLE PERSONE DISABILI

Quando si parla di disabilità, l’attenzione cade sulla persona disabile, nei confronti della madre e del padre, ma i fratelli? Dove sono i fratelli? Anche loro fanno parte della famiglia e vivono il problema dell’handicap, che la stessa famiglia vive, ma nessuno lo sa, o forse nessuno ci pensa.
I fratelli di persone disabili hanno anche loro dei problemi? I fratelli di persone disabili sono gelosi? I fratelli di persone disabili si vergognano? Si sentono soli? Hanno paura? I fratelli di persone disabili chi sono?...
A loro la letteratura nazionale ed internazionale dedica poche pagine, a loro spesso gli operatori non si rivolgono mai o sono poco coinvolti, la stessa famiglia spesso tende a lasciarli in disparte eppure anche loro vivono con difficoltà la loro vita, soprattutto in relazione alla presenza di questo fratello disabile.
Riguardo alla comunicazione e all’informazione: la maggior parte dei fratelli sono informati riguardo al proprio fratello, ma anche riguardo alla sua malattia e a ciò che egli sta facendo. La comunicazione con i genitori appare abbastanza fluida anche se spesso non è così facile comprendere e capirsi, gli stessi genitori sono portati per semplicità a dire meno ai figli, per evitare di coinvolgerli troppo in un “peso” che credono solo loro.
I fratelli sono persone che si attivano nella vita della loro famiglia, cercano di partecipare per alleviare il carico già oneroso, emergono sentimenti contrastanti, ma ciò che essi sono portati a fare è quella di usare la parola “normale” per raccontare del loro rapporto con questo fratello disabile.
Ma ciò che alimenta la loro speranza il futuro e il progetto di vita, che i fratelli vorrebbero veder realizzare a favore dei loro fratelli disabili, è molto forte il senso di responsabilità a voler cambiare qualcosa……...

giovedì 4 novembre 2010

F.G.



Francisco Goya (1746-1828) fu affetto da un'encefalopatia, dovuta ad intossicazione da piombo (elemento allora presente nei pigmenti di vari colori), che gli provocò sordità e alterazione della personalità. Dapprima la sua malattia lo ostacolò in ogni attività e fu la causa di una profonda depressione; figure da incubo popolarono i suoi quadri quando ricominciò a dipingere.

Quest'opera appartiene all'attività più tarda di Goya e fa parte della famosa serie di "pitture nere" della Quinta del Sordo, la sua abitazione privata nella campagna sulle sponde del Manzanarre, dall'artista stesso decorata. Goya, quando dipinse questa figurazione mitologica, era ormai quasi completamente sordo, solo e in preda all'angoscia di cui è testimonianza gran parte della produzione della sua vecchiaia.
L'opera, dipinta con inedita crudezza, vuole assumere probabilmente un significato politico: Saturno che divora uno dei suoi figli sembra simboleggiare il tiranno che divora i suoi sudditi, un´ allusione dell'artista, fortemente avvilito dalle vicende politiche europee e spagnole, a Ferdinando VII.
Goya dipinse la figura mostruosa con toni grigiastri e ocra, sul corpo dilaniato del figlio spicca il rosso del sangue; la scena raccapricciante è intrisa di un' atmosfera "allucinata".

La depressione che afflisse Michelangelo (1475-1564), fu di origine psichica. Nel dipingere il volto di San Bartolomeo mentre mostra al Giudice il coltello, l'artista riportò nelle pieghe della pelle del martirio un dolorante autoritratto. I sistemi percettivo, emotivo ed espressivo di altri grandi pittori sono stati, in modo più drammatico, alterati da gravi malattie mentali, quali la schizofrenia e la sindrome maniaco- depressiva.

Gruesser et al., (1988) descrisse, quale particolare disturbo caratteristico di pazienti schizofrenici, l'anormale percezione delle facce. I volti osservati da questi pazienti potevano cambiare velocemente la loro espressione, assumendo sempre più le sembianze di un mostro: la bocca si apriva mettendo in evidenza i canini sporgenti, il naso e gli occhi divenivano più grandi, le pupille si dilatavano. Alcuni disegni o dipinti riportati da pazienti affetti da schizofrenia mettono in evidenza questa particolare caratteristica e mostrano, pur comunicando la sofferenza e le distorsioni percettive di questa terribile malattia, come la "follia" possa, in alcuni casi suggerire una "geniale" creatività artistica.


venerdì 13 agosto 2010

lunedì 26 luglio 2010

Un pò di....


Mario Senti, 64 anni, ex dipendente del Vittoriale, ha creato una rete di solidarietà che si estende dal Bresciano al Veronese al Trentino, dalla Bergamasca al Milanese. Mario gira in automobile, percorrendo migliaia di chilometri. Lascia i sacchi (vuoti) negli oratori, nelle scuole, in case di riposo, alberghi e condomini. E passa a ritirarli una volta al mese, pieni di tappi di bottiglie, cassette della frutta, bottiglie di detersivi.
Poi li porta a un'impresa, che li paga un tanto al quintale. Col ricavato acquista carrozzine (e stampelle) per chi non può camminare. In questi anni ne ha già comperate 24. L'ultima l'ha consegnata a Giorgio Mascherpa di Malegno, che ha provveduto a recapitarla alla casa di riposo di Borno. La 25esima andrà alla ««Feltrinelli» di Bogliaco.
«PER ACQUISTARE una carrozzina servono 50 quintali di tappi di plastica, come dire due camion bilici - spiega Senti-. Ma l'unione fa la forza. Ne approfitto per ringraziare la ditta Adige Ambiente e gli aiutanti che mi danno una mano: Colombo, Erculiani, Tramaglino, Pace, Badini e tante casalinghe. Io ci metto automobile, benzina e tempo, senza ricevere alcun contributo».
Il volontariato fiorisce grazie a persone come queste. «La nostra azione porta un sorriso a persone che hanno molti problemi", conclude Mario, che ogni giorno percorre strade diverse, con la vettura piena di sacchi di plastica.

Sergio Zanca



P.S.: Perchè non replicare questo esempio di buona volontà a Napoli? In fondo basta un pò di impegno e qualcosa si ottiene....

sabato 24 luglio 2010

Ci segnalano...

Riceviamo e volentieri pubblichiamo






Pozzuoli, nei pressi della Villa Comunale e del parcheggio riservato ai dipendenti del Commissariato di Polizia:

Ecco come viene utilizzata in modo creativo una (1) Piazzola di sosta riservata ai disabili !

Della serie:

Noi non ci facciamo mancare nulla!

Dettaglio del cartello posto dietro i cassonetti.

P.S. Lo so, siete già pronti a scandalizzarvi...Però, fino a poche settimane fa, in quella piazzola di parcheggio destinata ai disabili ( apro e chiudo una parentesi: da noi il contrassegno che autorizza la sosta nelle piazzole riservate ce l'ha almeno il 40% della popolazione...) c'era un cumulo gigantesco di riifiuti maleodoranti.

E invece, guardate adesso! Cassonetti vuoti e perfettamente puliti.

Non veniteci più a parlare di crisi-monnezza!



Mariella Tafuto

mercoledì 21 luglio 2010

Concorriamo!Concorrete!!!!

La nostra amica Marta Labionda ha avuto l'idea di lanciare un concorso fotografico e noi volentieri Le diamo spazio per pubblicizzarlo.





Il web è diventato ormai il luogo dove scambiare informazioni,video,musica. A volte viene usato per conoscere nuove persone e per pubblicizzare attività o eventi. E' questo il caso di un gruppo che sul famoso social network Facebook ha dato il via ad un evento online aperto alla disabilità. Si tratta di un concorso fotografico virtuale che ha come sede il gruppo NOI CHE NON MOLLIAMO MAI...NON SOLO "Disabili"! che vuole attirare l'attenzione sulla tematica della bellezza che nei diversamente abili viene pressochè ignorata.L'evento che incoronerà il RE e la REGINA dell'estate 2010 vuole essere il promotore di un ideale nobile,cioè la bellezza intesa come bellezza interiore e la creatività. Questo evento seppur virtuale è culturalmente e socialmente utile perchè vuole diffondere un etica e una concezione della bellezza diversa dal solito. Visitate questo link per tutte le informazioni e per partecipare.
http://www.facebook.com/profile.php?id=1350122437#!/event.php?eid=126667554042758&ref=mf
Luogo:Sul gruppo NOI CHE NON MOLLIAMO MAI...NON SOLO "Disabili"!
Ora:lunedì 16 agosto 2010 9.00.00

giovedì 8 luglio 2010

Vietato ai Disabili!


Questa foto è stata scattata in una elegante via di Napoli - via Chiaia - e come si evince il tratto pedonale è stato arricchito dai disssuasori tali da permettere il passaggio solo ai residenti muniti di telecomando o altro. Giusto direte voi! Mica tanto dico io!!! Per un motivo molto semplice: di fatto tale tratto è stato Vietato ai disabili non residenti in via Chiaia e questo in barba al DPR 503/96 art. 11!!!
Vorrei ringraziare in primis il Comune di Napoli poi di seguito i vari assessori competenti che non fanno altro che rendere la vita più difficile ai cittadini disabili in una città piena di ostacoli - a volte insormontabili - per chi si muove su sedia a rotelle.
Inoltre vorrei invitare i cosidetti normodotati a reagire e a battersi per queste quotidiane ingiustizie perchè apparentemente il problema riguarda solo una parte di cittadini ma basta una semplice riflessione per capire che Disabili non solo si nasce ma lo si diventa!!!!



Testo : Unlike
Foto: Rosario Miele

giovedì 1 luglio 2010

? INDIFFERENZA?


La storia di Matt Muro, un blogger di New York, che dopo una frattura al piede destro ha vissuto la quotidianità sulla metropolitana da persona disabile. Tra i volti indifferenti e sguardi fissi altrove, ha fotografato l'espressione di chi occupa il posto per disabili senza cederglielo. Quei volti ora sono sul suo blog e hanno aperto una discussione che forse non sarebbe mai iniziata. Che faccia ha l'indifferenza? È la domanda che si è fatto Matt Muro, un blogger trentasettenne di New York, che dopo essere incappato in una frattura al piede destro ha viaggiato per qualche settimana sulla metropolitana della Grande Mela con una stampella ed un'evidente fasciatura. Nei suoi viaggi da Brooklyn a Manhattan, si è reso conto dell'indifferenza della gente quando più di una volta è rimasto in piedi, in precario equilibrio.
Tra una fermata e l'altra Matt ha cominciato a fare caso alle espressioni dei volti delle persone sedute nel posto riservato ai disabili, con lui fermo lì davanti, in piedi. Ne parla il Corriere.it, citando il New York Times noto quotidiano americano. Evitare lo sguardo. È questa la tecnica più usata da chi occupa indebitamente il posto dei disabili a New York. Guardare altrove, ma non negli occhi di chi dovrebbe sedersi lì, e fare finta di nulla nonostante dietro al posto ci sia scritto "riservato" ben leggibile. Matt, un po' per gioco, un po' per rabbia, ha deciso di guardarle bene in faccia quelle espressioni da non curanti. Così ha cominciato a fotografare gli ‘indifferenti' di fronte alla sua stampella e alla sua fasciatura, per poi farle finire sul suo blog, dal titolo chiaro come l'avviso sul posto per disabili: http://www.peoplewhositinthedisabilityseatswhenimstandingonmycrutches.com/, e cioè ‘gente che sta seduta nei posti per disabili mentre io sto in piedi con le mie stampelle', punto com. Un titolo lungo, come la fila delle foto scattate col suo telefonino e pubblicate sul blog. Una dietro l'altra. Matt ha cominciato per sfogo personale, ma dopo qualche mese il suo diario on line è stato ‘scoperto' dai naviganti della rete e da allora raccoglie l'indignazione di tanti, lo stupore di alcuni e le parole grosse di pochi. In poco tempo il sito internet ha ricevuto più di 80 mila visite e commenti di ogni genere.

Matt ha aperto, col suo foto-blog, un luogo di discussione. Non mancano infatti interventi di visitatori che fanno notare come molte forme di disabilità non siano così evidenti come una fasciatura e una stampella, altri gli dicono che il regolamento vigente nella metro prevede che il passeggero possa cedere il posto su esplicita richiesta o chi sentenzia in modo secco "La gentilezza è roba del passato, amico. Questa è una città crudele piena di gente cinica e piena di sé". Matt oggi non ha più stampella e fasciatura adesso, ma c'è chi gli chiede di non mollare la sua missione, ma di puntare ad altre denunce come fotografare quelli che impediscono ai passeggeri di scendere dalla metro perché hanno fretta o altro ancora. Per il momento i volti dell'indifferenza a New York si possono vedere sul suo sito, e a dirla tutta sembrano volti comuni, non troppo distanti da quelli delle metropolitane italiane.

Un pò come succede nelle città italiane dove spesso chi occupa i posti auto dei disabili è gente che sembra perbene.....o peggio SI RITIENE PERBENE!!

Mi piacerebbe un fotoblog sui gesti incivili quotidiani! Lo facciamo?aspetto vostre foto........




venerdì 4 giugno 2010

I disabili, questi privilegiati........



Pubblicato per il momento solo in francese, ma disponibile tramite internet, è uscito qualche mese fa "Club V.I.P.: Very Invalid Person" di Luc Leprêtre, libro curioso, ben strutturato e spesso anche allegro, cosa che non è certo tanto frequente in un romanzo tra i cui protagonisti vi è anche la disabilità. I personaggi principali, infatti, sono due persone paraplegiche e una tetraplegica che decidono di approfittare dei "privilegi" che ritengono possano derivare dalla loro condizione. L'auspicio è che il libro venga presto tradotto in italiano. Per il momento presentiamo la traduzione curata per noi da Giuliano Giovinazzo, di un estratto della recensione pubblicata qualche tempo fa dalla nota testata francese «Le Monde».

Inquietante, ma ben strutturato, talvolta crudele, ma spesso anche allegro, cosa rara visto il soggetto, cioè un romanzo sulla disabilità. In Club V.I.P.: Very Invalid Person, Luc Leprêtre guarda con talento ad alcuni temi assai di rado affrontati dalla letteratura, ma è soprattutto il suo approccio alla morale che potrà far riflettere il lettore: una "vittima" può essere al di sopra della legge?

Tre persone con disabilità, amici di lunga data, ciascuno portatore di un passato pesante e di un presente doloroso, si riuniscono attorno a un progetto. Si tratta di due persone paraplegiche, Samy e Jérémy, e di una tetraplegica, la bella ivoriana Aminata, tutti sulla trentina.
Jérémy illustra la sua idea. La legge riconosce alle persone con disabilità la precedenza: perché non farne approfittare gli "abili" per accedere agli spettacoli, ai monumenti, o negli ipermercati? A pagamento, naturalmente. Sarà dunque sufficiente trovare dei clienti affrettati e ricchi e utilizzare internet - molto presente all'interno del libro - per contattarli.
Ad esempio alla cassa riservata alle persone con disabilità - quella dove loro tre non fanno la fila - la donna elegante o l’uomo d’affari, spingendo la carrozzina, potranno pagare i loro conti in un lampo, ricevendo un sorriso compassionevole della cassiera. Ci sarà solo da regolare al parcheggio una piccola commissione ed ecco fatto.
Il trio, insomma, decide di "rispondere a un bisogno", trova la soluzione e la applica, con la piena consapevolezza della scarsa etica di tale comportamento, ma anche con una grande attrazione per l'efficacia del sistema adottato "per tirare avanti".

E così l’attraente Aminata "trionfa" in abiti maschili e uno dei suoi clienti finisce per invaghirsi di lei che, felice, prenderà in considerazione una carriera da stilista. Andrà bene anche a Samy che incontrerà una "cliente" americana con i suoi figli, cui insegnerà il francese.
Il problema sorge invece con Jérémy, che non ha mai superato il suo passato da teppista. Un conto infatti è far guadagnare del tempo a qualcuno, ma portare della droga in Inghilterra su una carrozzina è sicuramente redditizio, ma anche più rischioso...

Club V.I.P. si presenta in sostanza come una sorta di "manifesto", richiamando esplicitamente l’attenzione anche sulle carenze - e talora sulle incongruenze - della politica sociosanitaria francese.
Il libro tratteggia via via uno "spaventoso affresco" della vita quotidiana di una persona con disabilità: la sofferenza fisica, lo sconforto morale, la stancante ginnastica che esigono le più semplici azioni, i rischi che queste implicano. Dal canto loro, molte persone non disabili scopriranno l’incontinenza, i rischi continui per la vescica, la perdita di sensibilità e l’attività fisica che impone il sesso, assai presente nel testo.

*Traduzione e adattamento di un articolo apparso sulla testata francese «Le Monde»







sabato 24 aprile 2010

Per tutti!


Dimensione carattere
"Disabili day – la marcia PERTUTTI”.. perche' e' nato? Inizialmente tutto e' nato da un gruppo su facebook, il Disabili day.. le nostre intenzioni erano quelle di far capire ed espandere sempre di piu' le nostre ragioni, le nostre realta' per tutti coloro che pur vedendoci, vivendoci, standoci vicini hanno quasi sempre finto non esistessimo ma noi non eravamo e non siamo dei fantasmi ma bensi' qualcosa di concreto e vivo e sopratutto reale.

La voglia di far capire unita ai disagi quotidiani a cui e' obbligato qualsiasi disabile, e' cresciuta cosi tanto che le quattro mura di facebook ci sono sembrate strette e allora abbiam voluto aprire le finestre sul mondo e portare questa nostra vita di tutti i giorni alla luce, si alla luce di tutti in piazza affinche' tutto sia visibile anche agli occhi di coloro che si ostinano a non voler guardare e sia udibile agli orecchi di coloro che non voglion udire.

Forse e' un'utopia sperarlo eppure desideriamo unirci tutti insieme il 25 aprile a Roma, si tutti insieme persone DISABILI e persone NORMODOTATE..unite in un unica marcia PERTUTTI, per coloro che vivono la disabilita' in prima persona e per coloro che la vivono sulla pelle di coloro che amano.. perche' solo marciando uniti si potra' sperare di creare un mondo migliore dove vivere dignitosamente sara' un diritto di tutti acquisito implicitamente dalla nascita e questo indipendentemente se DISABILE o no..un mondo dove la parola diversita' diverra' fonte di arricchimento e no di offesa.. un mondo in cui un DISABILE puo' mostrar di valere quanto e a volte anche piu' di un normodotato..

Insieme quindi all'Onlus HANDIAMO! nella settimana PERTUTTI, andremo incontro a questa marcia il 25 aprile a Roma partendo da Piazza Venezia alle ore 11 sino a giungere a Piazza del Popolo..sara' la marcia dell'inclusione, la marcia dell'amore, la marcia dei diritti, la marcia PERTUTTI!!

L'Associazione Culturale Galilea ci sarà!!!!!!!!!

martedì 6 aprile 2010

Tenere il ritmo camminando


Non sentono la musica, ma riescono a suonare ascoltando le proprie vibrazioni e riproducendo i passi di una camminata. Si chiamano “Deaf drums road” e sono 25 ragazzi del Convitto per sordi della capitale, guidati da Sergio Quarta.
A vederli dal vivo i "Deaf Drums Road", travolgenti e divertiti nell'esibizione, nessuno potrebbe immaginare che loro in realtà il suono della musica non lo sentono, e che tengono il ritmo soltanto con le vibrazioni del corpo. Eppure è proprio così. Nel Convitto per sordi della capitale è nato, infatti, il primo gruppo di percussionisti sordi. Quasi un ossimoro si direbbe, in realtà un' esperienza unica nel campo musicale che fonde insieme tecnica raffinata di insegnamento ed efficacia nella realizzazione. Ma come si fa a insegnare il senso del ritmo a chi ha perso l'udito? "Una persona sorda dalla nascita non può avere un riferimento ritmico regolare non avendo mai avuto la possibilità di ascoltare e seguire un brano musicale, se non sottoforma di percezione di alcune frequenze, vibrazioni" - sottolinea Sergio Quarta, musicista professionista, maestro di musica e ideatore del laboratorio del convitto di Roma. "Un bambino che nasce sordo non può ascoltare la ninna nanna della madre, che è forse il primo messaggio ritmico musicale che ci viene trasmesso direttamente. Lavorando con i ragazzi sordi, mi sono concentrato sul quadro dei movimenti quotidiani e spontanei, in particolare sul camminare. Una persona sorda, camminando, riproduce in maniera spontanea, una sequenza ritmica regolare, come fa una persona udente. Tenendo in grembo un tamburo e cercando di sostenere una camminata naturale, abbiamo fatto corrispondere, a ogni passo, un colpo prodotto con la mano per ottenere un effetto all'unisono, quindi lo sviluppo e la costruzione di un ritmo regolare, grazie anche allo studio della tecnica dei vari strumenti". Il laboratorio nato tre anni fa da un'idea di Sergio Quarta con sei ragazzi, oggi vede coinvolte venticinque persone. "Uno dei compiti, o se preferiamo delle missioni, di ogni musicista, è quello di portare la musica dove non c'è- continua il maestro-. Da molti anni intraprendo viaggi per andare a suonare in diversi luoghi anche molto lontani. Dopo la prima esperienza al convitto per sordi, mi resi conto che forse il posto più lontano dove portare la musica, era a soli 6 km da casa mia." La stessa struttura che ospita i ragazzi ha scommesso fin dall'inizio sulla riuscita di questo progetto, unico nel suo genere. "Accolsi con stupore e meraviglia, ma con grande entusiasmo, questa proposta pur se poteva apparire bizzarra - aggiunge il rettore del Convitto Rossella Puzzuoli-. Nel corso dei tre anni il progetto si è incrementato e ora il laboratorio prevede un gruppo di "veterani", ovvero un corso avanzato, e un gruppo di principianti. Il corso di musica ha prodotto, inoltre, una notevole socializzazione tra gli allievi e alcuni di essi hanno imparato a conoscersi meglio e a rispettarsi. Fanno gruppo anche all'esterno, si stimano, si proteggono, insomma sono diventati amici." Rosario i suoi compagni di corso li chiama addirittura "fratelli", perché sostiene che sono tutti figli della stessa madre: la musica. "Per me partecipare a l laboratorio significa la realizzazione di un sogno. Non credevo di poter riuscire a suonare, a esprimere ciò che era ed è dentro di me- sottolinea-. Per me la musica è vita, è un'occasione per riuscire a dimostrare agli altri chi sono e cosa sono in grado di fare". E così, quella che sembrava una missione quasi impossibile, è diventata realtà. E i ragazzi di Sergio Quarta ora sono in grado di esibirsi anche davanti a un vasto pubblico, proprio come è successo a piazza Vittorio in occasione della premiazione del progetto "Global junior challenge" 2009. E il pubblico divertito ringrazia, senza applausi, però, ma nel linguaggio dei segni, ovvero facendo vibrare in alto le mani.

Fonte: Superabile

martedì 30 marzo 2010

Vv





Per gentile concessione di Vauro.

mercoledì 17 marzo 2010

Non solo Sexxx




















Una nostra amica sulle 4 ruote ci racconta la sua visione del sesso.




“Parlando di sesso, c’è un’immagine che mi appare ben definita nella mente. È un filmato amatoriale che fecero più di vent’anni fa durante uno show di un gruppo rock americano, ormai sconosciuti.Allora i musicisti erano dei ragazzi alti e coi capelli lunghi e selvaggi, armati di amplificatori e di tutta la freschezza, la sensualità e l’irruenza che solo chi vive di Rock and Roll può conoscere, attitudine edonista e post decadente che ti porta a vivere nell’oggi e nei suoi piaceri come se il domani non dovesse mai arrivare.Vi è un pezzo durante il filmato in cui il cantante, bellissimo con addosso una t-shirt strappata, cappello da poliziotto e fasciato nei pantaloni di pelle,è cosi dannatamente infuocato dalla musica quasi fosse sotto incantesimo, avviluppato in quelle melodie sinuose e ammiccanti che egli stesso sta cantando che, dopo aver danzato con l’asta del microfono per il palco, felino, leggero e sensuale al contempo, a occhi chiusi vi si avvinghia contro accarezzando il microfono con le mani e strusciando ritmicamente l’inguine turgido contro l’asta. È un gesto di una spontaneità spettacolare, in cui il tasso erotico che deve esserci stato sul palco in quel momento è talmente reale e palpabile che lo si può avvertire distintamente anche solo guardando quel filmato a distanza di anni. E non vi è assolutamente nulla di esplicito o volgare, avviene tutto nella piu naturale maniera da “presa diretta on-stage”, tanto che il momento è cosi breve che non credo sia rilevabile ai più disattenti o a coloro che non sono mai saliti sul palco o abbiano assistito a un concerto dove la musica dionisiaca avvolga ogni cosa. Ebbene si, parlando di sesso non mi vengono in mente filmetti pornografici di serie C, cosi scontati e banali da essere noiosi, e cosi ridicolamente espliciti da palesarsi come finti, finti almeno come le tette siliconate delle protagoniste. Se penso al sesso lo ricollego a questa creatura splendida e cosi sessuale da far accapponare la pelle pur essendo completamente vestita, quest’uomo così eccitato dalla musica che sta suonando da non riuscire a contenersi, a darsi un freno tanto è vera e potente l’energia erotica che lo sta avviluppando in quel momento, energia vitale e vivifica che sprizza da ogni poro della sua pelle, vibra e cui tutti coloro che lo guardano sono trascinati da quell’estasi mistica e carnale, energia che avvolge tutti i suoi movimenti in una sensualità cosi elegante, splendida ed ipnotica che nessuna verga di 23 centimetri può nemmeno affrontare il paragone. Quello che voglio dire è che ridurre una cosa cosi potente e meravigliosa come il sesso a un semplice atto meccanico “dentro-fuori-dentro-fuori” significa togliere all’essere umano una riserva di energia illimitata e stupefacente, significa privarlo di una delle esperienze più straordinarie che mai si possano sperimentare. È impressionante l’energia che si forma quando viene coinvolto tutto il corpo, quando viene stimolato ogni centimetro di pelle nascosto come fosse il più effimero e prezioso, quando la persona con cui stai scopando non si limita a infilartelo dentro concludendo con un misero “ OH! Sono venuto!” ma non solo te lo mette dentro, bensì è felice di farlo, con una varietà di modi che va dalla dolcezza più romantica alla prepotenza più violenta. Perché in quel momento il desiderio è talmente forte e spasmodico che ti vorrebbe mangiare, succhiare, divorare viva. Perché non gli basta quel “OH! Sono venuto!”. Perché non si può ridurre l’atto sessuale a questo. Non si fa sesso con solo i genitali, ma si fa sesso con tutta una persona, con ogni parte del suo corpo, la si vuole a tal punto che ogni minimo dettaglio, ogni curvatura, ogni vibrazione, la si fissa in testa e la si vorrebbe incastonare nella mente, prendere e assaporare fino a diventare un tutt’uno, fino a che ogni odore e sapore dell’altro sprigionano una carica talmente estasiante che i movimenti, i respiri finiscono col diventare cosi armonici che davvero due corpi ora distinti sembrano poi diventare un’unica cosa. E non conta quanto un corpo può apparire perfetto da fuori, ci sono ragazzi che se esteriormente appaiono come dei top-model, poi a letto hanno l’iniziativa e la carica di un bradipo morto per gonorrea. Il cosiddetto sex appael , l’attrazione per cui non puoi non vibrare fino al midollo guardando un’altra persona è qualcosa che si espande da dentro, dalla personalità, è un fascino così irresistibile ed ipnotico da avvolgere ogni gesto, ogni piccolo movimento, che trascende la decadenza cui inevitabilmente va incontro l’involucro esterno, che è più forte di qualsiasi apparenza limitata nell’arco di un breve tempo. La sensualità, quella vera, è capace di farti bagnare gli slip con una sola occhiata, con un solo sguardo. No, non sto esagerando, e sapete perché? Perché il pene è semplicemente un’appendice di pochi centimetri attaccata a un corpo, tutti ce l’hanno, e sono benissimo sostituibili con un buon vibratore che almeno va a batterie ed evita anche il rischio di defallaince. Lo sguardo invece trasmette la personalità unica e individuale che coincide formando un unicum indistinguibile con tutto il corpo, il guizzo degli occhi o gli sguardi fissi e penetranti, i gesti, i dettagli, le parole trasudano tutta quella passione talmente forte da attanagliarti i sensi, da lasciarti senza fiato, da farti sprofondare dentro in un vortice fino a che tutto il tuo essere è spogliato ed eccitato da qualcosa di molto più potente di qualche stupido centimetro di pelle. È la mente e la consapevolezza del volersi possedere a vicenda che fa vivere e pulsare di energia erotica la carne. È il cervello che deve essere per primo stimolato, usando tutte le risorse che madre natura ci ha dato,musica compresa, e attraverso tutti i cinque sensi. Altrimenti, se così non fosse, avrei già il cassetto pieno di dildo, ma questo, come ho già detto, significa far scadere il sesso in un atto freddo, meccanico, sterile. Ed esattamente ciò che una trombata non deve mai, mai, mai diventare.”


Lady s.

giovedì 4 marzo 2010

Nati perchè?


Nati due volte di Giuseppe Pontiggia Oscar Mondadori € 7,70 - fino ad aprile c'è il 25% di sconto su tutti gli Oscar Mondadori - .


In questo toccante libro (Premio Campiello 2001) l’autore ci racconta la sua esperienza con un figlio affetto da tetraparesi spastica. È come una confessione, Giuseppe Pontiggia ci rende partecipi del suo dramma, della sua lotta quotidiana, della ricerca affannosa per recuperare le potenzialità di suo figlio. Una battaglia che a volte porta a frustrazione anche perché tutto intorno c’è indifferenza, ignoranza, ci si rende conto che si è soli, la famiglia risulta (molto spesso) il fortino nel quale rifugiarsi, trovare comprensione, mentre invece l’integrazione è l’arma vincente.

A volte si cerca conforto nel paragonare il proprio figlio a disabili più gravi e al genitore può sfuggire il mite pensiero : “nella sfortuna siamo stati fortunati”.

In una intervista Pontiggia dice che l’handicap di un individuo dovrebbe farci comprendere che l’esperienza non ci aiuta soltanto a capire l’handicap ma anche a capire noi stessi.

Questo libro ci sprona ad essere scevri da qualsiasi pregiudizio, ad essere accanto ai disabili, alle persone che soffrono, al diverso, a non lasciarle mai sole ed aiutarle a trovare la loro giusta collocazione nella società. Senza il nostro aiuto la loro lotta quotidiana sarà enormemente più difficile.


venerdì 29 gennaio 2010

Handi dèfi

Dai sette ai tredici anni, e oltre. Partite da 45 minuti. Una scatola, un tabellone e carte colorate al costo di 30 euro. "Handi défi" è un nuovo gioco di società uscito recentemente in Francia. I concorrenti devono mettersi nella condizione di persone e bambini con disabilità che devono organizzare e svolgere un viaggio ai Caraibi, con tutto ciò che comporta: attraversare la città, arrivare in aeroporto, preparare la valigia, ecc. Questo gioco, ma anche un altro, potrebbe essere un buono strumento da usare con i bambini delle nostre scuole primarie per sensibilizzare ai temi della disabilità in modo ludico e intelligente. In tema di disabilità nella scuola (e sul tema l'Italia ha una delle leggi più avanzate, sulla carta) si parla, giustamente, di qualità, continuità, durata del sostegno, della preparazione di insegnanti e assistenti, del numero di alunni disabili in classe, delle barriere architettoniche, del trasporto degli alunni. Varrebbe la pena aggiungere con forza che, oltre al sostegno, la disabilità deve essere anche al centro di progetti di educazione per tutti gli altri alunni della classe. La scuola resta una straordinaria agenzia educativa in cui, con progetti adeguati, linguaggi propri e la collegialità degli insegnanti, è possibile gettare le basi per costruire una cultura inclusiva. Il più possibile libera da pregiudizi, stereotipi, buonismi e crudeltà che si imparano con gran facilità, senza accorgersene, diventando grandi, quando la disabilità cessa di essere vista come una differenza e diventa uno stigma. Facciamolo, almeno per una lezione all'anno, anche giocando. Individuando modi, linguaggi, strategie per costruire una cultura che, come le tabelline imparate una volta per sempre, diventi per tutti gli alunni un bagaglio a mano da portare sempre con sé, oltre i 45 minuti della partita in cui si gioca ad essere disabili che partono per un viaggio ai Caraibi.

di Matteo Schianchi