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lunedì 3 gennaio 2011

Scrivere sulla diversità

Delia Vaccarello ha scritto e scrive su omosessualità e transgenderismo, ha curato le antologie "Principesse azzurre" e successive uscite per la Oscar Mondadori e ora con "Evviva la neve" ha scritto invece di transessualità. Nuovasocietà ha scambiato due parole con lei, sulla scrittura e sulla diversità.

Vuoi presentare il tuo ultimo libro e spiegare perché ti occupi di transgenderismo, argomento tabù anche presso certi ambienti omosessuali?

Ho compiuto un viaggio appassionato scrivendo "Evviva la neve, vite di trans e transgender", e ho voluto prendere il lettore per mano portandolo dove altrimenti non sarebbe giunto, visitando le persone in attesa dell'operazione, indagando sul dopo, entrando in luoghi di lavoro, blog, famiglie. Al centro della mia ricerca c'è il concetto di rinascita, chi adegua il corpo al genere sentito come proprio spessissimo è spinto da un fortissimo sentire, la persona trans non è un corpo muto come vorrebbero il pregiudizio e la morbosità, non è quello che ci hanno mostrato con il caso Marrazzo. La transessualità è una vicenda umana che ci riguarda, perché allargare l'area del nostro sentire vuol dire essere più libero.

Cosa vuol dire, in termini di difficoltà ma anche di vantaggi, scrivere di omosessualità e transessualità, in un Paese come l'Italia che non riconosce queste realtà per una serie di ragioni?

Non c'è nessun vantaggio. Campeggia un grande rischio, il pericolo che il pregiudizio, che ama etichettare e non comprendere, spinga a creare categorie che azzerano l'impatto del messaggio. Così un autore che si occupa di temi scomodi viene spesso liquidato come autore di nicchia.

Insegni media e cultura della differenza alla scuola di giornalismo di Bologna: in che cosa consiste la tua materia e come è importante per formare i nuovi professionisti dell'informazione?

Cerco di far comprendere il valore di concetti come "orientamento sessuale" e "identità di genere". Si tratta di concetti che illuminano il vivere di ciascuno e devono far parte del bagaglio di chi si occuperà di informazione. Spesso diciture come "mondo gay", "realtà trans" congelano la narrazione di un fatto veicolando sottotesti che sono frutto di stereotipi. Di recente abbiamo fatto una scoperta: in oltre dieci mesi le agenzie stampa avevano lanciato numerose notizie sotto la testatina "inchiesta trans", ma si parlava di Brenda, di pusher, di prostituzione trans. Il termine trans veniva usato come equivalente di prostituzione. Ho fatto decine di inchieste trans nella pagina Liberi tutti dell'Unità, raccontando storie, vissuti, operazioni, proposte di legge, difficoltà sul lavoro, non parlando di prostituzione. I ragazzi che domani racconteranno il mondo non devono cadere nelle trappole tese dai media oggi che deformano la realtà.

Hai curato le antologie Principesse azzurre, che parlano di donne omosessuali. Come ti sembra quest'universo, di cui si parla relativamente meno rispetto a quello degli uomini gay?

Ci sono fragilità e delicatezze che domani potrebbero diventare forze, ma che ancora adesso temono il dialogo aperto e la libera iniziativa. La paura di essere libere e coraggiose frena molte nel dare tutta la fertilità di cui sarebbero capaci.

di Elena Romanello

nuovasocieta.it

martedì 21 dicembre 2010

Bassotti all'ONU al posto dei politici, la provocazione di Bennett Miller

Il messaggio non potrebbe essere più chiaro e ironico di così: i politici sono dei cani. È questo ciò che più evidentemente traspare dall’opera che l’artista australiano Bennett Miller ha presentato al Next Wave Festival di Melbourne. Decine di bassotti seduti all’interno di una ricostruzione della vecchia assemblea dell’Onu di Ginevra; solo che al posto dei delegati di diversi paesi ci sono dei bassotti.

Oltre che ironico, il messaggio di Miller vorrebbe essere anche “serio”: dimostrare come le differenze (il colore del pelo, per esempio) esistano anche nel mondo animale e come, proprio nel mondo animale, esse vengano assolutamente ignorate. L’opera che si intitola Dachshund U.N. è stato presentato all’esterno dell’area espositiva attirando la curiosità di molti passanti e possessori di bassotti che hanno portato i loro “sausage dogs” (cani salsiccia, in inglese) alla manifestazione.

Miller che ha intenzione di replicare la performance  si è dichiarato molto soddisfatto del risultato conseguito e dalla grande compostezza dei suoi bassotti; di certo superiore a quella di molti politici dell’arena mondiale. A dirla tutta, qualche cane si è mangiato l’asticella del microfono e qualcun altro il cartello con il nome del proprio paese, ma tutto sommato sono dettagli…

by Cesare

giovedì 4 febbraio 2010

Kelibia: un ponte tra nord e sud


Tra le città tunisine, Kelibia è quella situata più a nord. Si può dire che, grazie alla sua posizione geografica, abbracci metaforicamente il Mediterraneo diventando il punto di incontro privilegiato tra l’Africa e L’Europa. Situata nell’estremità dell’isola di Cap Bon, dista infatti soltanto 73 kilometri dall’isola di Pantelleria (gli abitanti di Kelibia dicono che da qui, alla sera, si vedano le luci del porto di Pantelleria), 140 km dalla Sicilia e 260 km dalla Sardegna e da Malta. Questa sua posizione strategica l’ha esposta, nell’antichità, da un lato, ad invasioni (ne è testimonianza La Fortezza bizantina del VI secolo che sovrasta tutto il porto, realizzata proprio per difendersi dagli attacchi degli invasori) , dall’altro, è stata fonte di arricchimento e di scambio con altre civiltà (lo dimostra il sito archeologico di Kerkeuan, una vera e propria città punica). Recentemente sono state anche ritrovate antiche vestigia ebraiche a testimonianza del fatto che, in passato, a Kelibia abitava una numerosa comunità ebraica. Oggi Kelibia è una ridente città di mare. La pesca ed il turismo sono le sue principali risorse. Il paesaggio (con il suo clima secco e mite), la cucina (dove l’uso di olive e dei capperi la fanno da padrona) sono tipicamente mediterranei.
Kelibia si presenta agli occhi dei visitatori stranieri come una città moderna, piena di resorts turistici, con una movida notturna che non ha nulla da invidiare a ben più note città europee come Ibiza o Riccione. Ma la bellezza di Kelibia non risiede tanto nelle sue attrazioni turistiche o nelle vestigia del suo illustre passato quanto nei suoi abitanti, incarnazione del fenotipo mediterraneo. I suoi abitanti hanno il sé la traccia di tutte quelle popolazioni (romani, fenici, arabi) che sono approdate sulle coste del mare che bagna Kelibia. I ragazzi di Kelibia sono diversi da quelli di altre città come Kairouan (orgogliosi di discendere da stirpe araba; c’è un detto qui che dice che gli abitanti di Kairouan si riconoscano dal taglio degli occhi!) o di Gabès e, se non fosse per i costumi tipici che i bambini indossano per attrarre i turisti o per il gelsomino che essi porgono gentilmente ai turisti, non sembrerebbe di trovarsi in Tunisia.
La strada che da Korba conduce a Kelibia è disseminata da greggi di pecore al pascolo e, man mano che ci sia avvia verso il centro abitato di Kelibia, ci si imbatte in tante piccole imprese artigianali, soprattutto mobilifici a conduzione familiare. Ma è la notte che la città di Kelibia scopre il suo volto ed i giovani si confondono con i turisti. L’unica cosa che conta è divertirsi e si sa, il divertimento è un linguaggio universale che non conosce confini. Le ragazze sorseggiano il thé alla menta nei caratteristici cafè e fumano, insieme ai turisti, il narghilé (che qui chiamano sciscia), indossano vestiti all’occidentale, l’unico tocco esotico che le rende “riconoscibili” sono gli accessori (gli orecchini ingombranti, i bracciali in stile arabo o gli onnipresenti ciondoli scacciamalocchio denominati “Hamsa” (cinque) che simboleggiano la mano di Fatima le cui cinque dita rappresentano i cinque pilastri dell’Islam. Com’è lontano, visto da qui, lo sterile dibattito che in Italia e in Europa imperversa, sul velo islamico. Qui non lo indossa quasi nessuno e comunque, la decisione di portarlo o meno, è affidata alle coscienze di ognuno.
Oggi come ieri questa gente ha fatto della diversità la sua ricchezza. I continui accostamenti con altri popoli, con altre culture, con altre realtà hanno permesso, agli abitanti di Kelibia, fin dai tempi più remoti, di percepire il prossimo non come una minaccia per la propria sopravvivenza bensì come un’inesauribile fonte cui attingere. Kelibia, più di altre città, ha saputo sfruttare positivamente questa sua caratteristica accogliendo tutto ciò che di buono veniva dall’esterno senza perdere i tratti peculiari della propria identità storico-culturale. Poiché, è soltanto conoscendo approfonditamente la propria identità, la propria storia, le proprie radici, che si può imparare ad accettare ed accogliere pienamente la diversità senza trarre soluzioni sbrigative o demagogiche, senza pregiudizi o stereotipi ma con coscienza, senso di responsabilità e amore.


di Emanuela Frate

martedì 1 settembre 2009

Agorà



L'attività dell'Associazione culturale Galilea nasce dall'interesse verso le persone che per situazioni particolari vivono condizioni di diversità e si pone come supporto per l'integrazione. Gli obiettivi prefissati sono quelli di creare un portale internet, comprensivo di web-tv e web-radio, in cui saranno presenti artisti emergenti sia nel campo dell'audiovisvo che in quello letterario, rubriche specifiche, e dare spazio informativo alle associazioni nonchè cooperative del terzo settore; tale portale avrà come segno distintivo quello di parlare della diversità in tutti i suoi aspetti e forme (culturale, sociale, fisica, sessuale, ecc.ecc.). Le finalità sono quelle di creare opportunità di lavoro per soggetti svantaggiati e far passare il concetto che la diversità è ricchezza e attraverso la conoscenza delle varie forme di emarginazione si giunge al dialogo e all'integrazione. Il nostro blog vuole essere una tecnologica agorà dove si incontrano diversi modi di pensare, diversi modi di approcciare la vita e proporre diverse soluzioni ai vari problemi. Non proponiamo verità precostituite o peggio ancora basate su pregiudizi vogliamo soltanto porre il dialogo alla base di tutto e da lì partire per cercare di risolvere le questioni che ci attanagliano. E' una fatica di Sisifo?Proviamoci!!!!