venerdì 29 gennaio 2010

Handi dèfi

Dai sette ai tredici anni, e oltre. Partite da 45 minuti. Una scatola, un tabellone e carte colorate al costo di 30 euro. "Handi défi" è un nuovo gioco di società uscito recentemente in Francia. I concorrenti devono mettersi nella condizione di persone e bambini con disabilità che devono organizzare e svolgere un viaggio ai Caraibi, con tutto ciò che comporta: attraversare la città, arrivare in aeroporto, preparare la valigia, ecc. Questo gioco, ma anche un altro, potrebbe essere un buono strumento da usare con i bambini delle nostre scuole primarie per sensibilizzare ai temi della disabilità in modo ludico e intelligente. In tema di disabilità nella scuola (e sul tema l'Italia ha una delle leggi più avanzate, sulla carta) si parla, giustamente, di qualità, continuità, durata del sostegno, della preparazione di insegnanti e assistenti, del numero di alunni disabili in classe, delle barriere architettoniche, del trasporto degli alunni. Varrebbe la pena aggiungere con forza che, oltre al sostegno, la disabilità deve essere anche al centro di progetti di educazione per tutti gli altri alunni della classe. La scuola resta una straordinaria agenzia educativa in cui, con progetti adeguati, linguaggi propri e la collegialità degli insegnanti, è possibile gettare le basi per costruire una cultura inclusiva. Il più possibile libera da pregiudizi, stereotipi, buonismi e crudeltà che si imparano con gran facilità, senza accorgersene, diventando grandi, quando la disabilità cessa di essere vista come una differenza e diventa uno stigma. Facciamolo, almeno per una lezione all'anno, anche giocando. Individuando modi, linguaggi, strategie per costruire una cultura che, come le tabelline imparate una volta per sempre, diventi per tutti gli alunni un bagaglio a mano da portare sempre con sé, oltre i 45 minuti della partita in cui si gioca ad essere disabili che partono per un viaggio ai Caraibi.

di Matteo Schianchi

martedì 26 gennaio 2010

E' tempo di 'O Curt!


‘OCurt Napoli Festival

Dal 17 al 20 febbraio 2010 si svolgerà a Napoli presso l'Istituto Francese Le Grenoble [Via F. Crispi, 86] la dodicesima edizione del festival del cortometraggio ‘O Curt, un’iniziativa dell’Assessorato alle Politiche Giovanili del Comune di Napoli – Servizio Giovani, ideata e organizzata dalla Mediateca Santa Sofia con la collaborazione dell’Associazione Culturale FILMapART e di UNISO Onlus.
L'Associazione culturale Galilea parteciperà con un cortometraggio dal titolo:
IL FATAL EVENTO - regia di Rosario Miele, da un'idea di Luigi A. Tufano - presente nella sezione Educational.

Desert therapy


Desert Therapy è un percorso a piedi nel deserto. Un soggiorno in campi tendati, lontano dai circuiti turistici, per tutti coloro per i quali tornare dalla culla del deserto significherà poter contare su uno spirito più forte, un equilibrio più saldo e una maggiore consapevolezza e serenità. Una settimana in cui ci si racconta al ritmo cadenzato del tempo che, nel deserto, si dilata. Dieta equilibrata, per i partecipanti, ottime tisane, tè alla menta e tanta serenità, tra le dune di uno dei paesaggi più affascinanti del mondo.

Chiunque volesse informazioni più dettagliate non ha che da chiedercele.

martedì 19 gennaio 2010

L'uomo impaurito dall'altro sesso


Tanti ragazzi tra i 20 e i 25 anni sono ancora vergini. Ma siamo veramente sicuri che il maschio italiano sia ancora da classificare al primo posto nella classifica degli esperti di sesso in assoluto? C’è chi sostiene di sì, anche se a osservare certi dati questo presunto primato sembra ormai sul viale del tramonto, diciamo come una sedia la cui prima gamba mostra già le crepe antecedenti all’ormai prossimo cedimento. Tanti maschietti neoadulti e contemporanei sono tornati ad affrontare il tema con distacco, ne hanno paura e ancora osservano il genere femminile così come un cucciolo ritira impaurito la zampa al primo contatto con l’acqua. Un sondaggio dell’ Gfk Eurisko rivela un po’ sorprendendo la platea che ben il 15 per cento degli ometti tra i 20 e 25 anni è ancora vergine. C’è qualcosa di male? Per carità no, però questi protestanti dell'atto amatorio, esseri viventi degli anni 2000, attirano l’attenzione, soprattutto perché si muovono nell’era dei Social Network, degli orari meno rigidi, della maggior libertà d’azione e locomozione, con un’ opinione pubblica ormai abituata all’abbassamento dell’ età del primo rapporto sessuale. In più vedono e sentono parlare di sesso un po’ dappertutto, segno che oggigiorno l’argomento ha perso quel velo di mistero sovrastato da un’aura indemoniata che capeggiava sulle immagini osè di trenta-quarant’anni fa. Destano curiosità tanto che al Grande Fratello li pagano per partecipare e farsi osservare come animali in razza di estinzione. In teoria, quindi, questi fattori l’età del primo contatto con le donne la dovrebbero abbassare rispetto al 1999, quando i disertori erano solo il 3 per cento, ma succede il contrario. Se una volta il non essersi ancora svezzato a un certo gradino della scala della vita era condizione vissuta da brufoloni, ciccioni e con gli occhiali a fondo di bottiglia, oggi è potenzialmente una condizione che potrebbe appartenere a chiunque. Tutta colpa della falsa informazione che riguarda le centinaia di favole preistoriche con il mondo del sesso sullo sfondo. Diventare ciechi come conseguenza della masturbazione, peccare se si fa l’amore col preservativo, essere preso quasi in giro in età scolare quando si prova attrazione per una ragazzina, tutte queste leggende hanno creato dei tabù, che puntualmente si ripropongono in età adulta. In più ci sono i discorsi improvvisati goffamente pronunciati da genitori di colore rosso vergogna e colmi di imbarazzo, ma celanti finta sicurezza dettata dall’esperienza. Basti pensare che qualcuno porta pure i figli undicenni a vedere o a farsi iniziare dalle prostitute, poi magari si lamenta se questi dimostrano, balbettanti come infreddoliti di fronte a una femmina nuda, imbarazzo, insicurezza, paura e ansia da prestazione. “Probabilmente l’aspetto culturale e sociale delle famiglie non è sufficientemente coinvolto nel sostegno a questo tema; ne si può dare la colpa ai genitori se essi stessi non sono stati aiutati nei momenti di bisogno, e andando indietro potremmo arrivare ad Adamo ed Eva – dice il sessuologo Francesco Tassiello, interpellato sull’argomento – questo tema è molto vecchio, come scrive il Professor Petruccelli, se già Sigmund Freud nel 1907 rispondeva alla sollecitazione del direttore di una rivista sociale che “la maggior parte delle risposte dei genitori fanno un’impressione così penosa che quasi preferirei che i genitori non si occupassero per nulla di queste spiegazioni; è soprattutto della scuola il compito di non eludere il riferimento alla sessualità”. Purtroppo sono passati cento anni precisi e ancora oggi le scuole non sono attrezzate e abilitate, oltre che autorizzate, a fare ciò che l’insigne maestro auspicava”. A tutti gli effetti si tratta di una nevrosi che nasce e si sviluppa nell’inconscio del bimbo prima e dell’adulto poi. “Come diceva W.Reich nel suo lavoro “La funzione dell’orgasmo” – continua il Dr. Tassiello – l’epidemia di massa delle nevrosi nasce in tre tappe fondamentali della vita umana: nella prima infanzia,a causa dell’effetto pesantemente negativo della severa e prematura educazione alla pulizia; nella pubertà a causa dell’effetto della proibizione della masturbazione ed infine nel matrimonio coatto, basato su una concezione rigorosamente moralistica”. Non solo colpe ai genitori però, ma anche l’altro sesso che al giorno d’oggi, rispetto a dieci anni fa, è cresciuto in maniera esponenziale, formando un considerevole gap con la controparte di pari età. Sono meno femminili, più resistenti al corteggiamento e più inclini a una vita da single: “Un evoluzione a tutto campo – conclude il Dr. Tassiello – nell’erudizione, nelle capacità intellettive e nello specifico campo del sesso, che va a tutto svantaggio degli uomini, ormai sempre più spesso intimiditi dalle donne”.

di Fabio Miceli

domenica 17 gennaio 2010

Dizionario dei giorni nostri (...a pensarci bene adatto agli anni passati e anche per quelli di là da venire..)



Anziano: uomo in là con gli anni (anche se ci sono casi di giovani-anziani) considerato inutile, sopportato in casa dai figli solo perchè percettore di pensione o per accudire i nipoti. L'anziano trascorre la maggior parte del tempo a ricordare i tempi in cui era giovane (considerati sempre migliori), a non capire i tempi attuali, a giocare a bocce, a star seduto su panchina a leggere il giornale.

Bianco: viene considerato tale uomo di pelle bianca (sovente ciò non lo salva dalla discriminazione) secondo teorie scientifiche proveniente dall'Africa ma nel corso dei secoli ha perso il suo colore originale quasi presaggisse i problemi derivanti dai colori.

Contadino: uomo pittoresco, rubizzo, abbigliato con vestiti dai colori sgargianti, l'unico a rispettare i tempi di Madre Terra, povero, ormai in via di estinzione soppiantato da macchine e dalla chimica. Molti iniziano a sentirne la mancanza e a capirne l'importanza del suo operato.


Donna: oggetto da cui deriva piacere (purtroppo tale piacere spesso viene vanificato da nascite indesiderate da cui derivano fastidi anche per i politici) anche se occorre maneggiarlo con cura. Suscettibile, volubile, insostituibile in casa, inutile nei luoghi di lavoro, ciarliera, odia lo sport in tv, ama soap-opera/fiction. La donna è considerata puttana - tranne la propria madre, sorella, figlia e qualche volta la moglie.


............Continua.........

domenica 10 gennaio 2010

Vita di Viola

Chi, nella vita, non ha mai avuto, oppure ha o avrà una famiglia? La mia è stata fantastica, in essa regnavano l'amore, il rispetto e la gioia di vivere. Mamma, papà e due figlie, abitavamo in una casa vecchia alla periferia di Torino nord. C'erano un bell'orto, le galline, i pulcini, un albero di cachi centenario e un pettirosso che d'inverno veniva a beccare le briciole di pane. D'estate si faceva la pummarola con i pomodori dell'orto e d'inverno i pupazzi di neve. Poi le cose sono cambiate: le figlie crescono, si sposano, vanno ad abitare una da una parte, l'altra da un'altra. Mamma e papà devono andare ad abitare in un'altra casa perchè quella vecchia viene venduta e demolita. La famiglia si ama sempre ma ora è tutto diverso. Dopo molte vicissitudini la figlia minore conosce l'amarezza del dormitorio e della strada. Qui non c'è famiglia, ma solo disperazione e dolore, anche i colori e gli odori sono diversi: quelli della strada sono nauseabondi, penetrano nelle viscere, il traffico e le luci stordiscono con la loro scia. Poi la figlia minore va in un'altra famiglia molto allargata: la comunità!Però anche qui, quante gioie, dolori, pianti per cose che si sarebbero potute fare e non si sono fatte! La depressione dà una svolta decisiva alla vita di Viola (la figlia minore). Un assistente sociale la segue e la inserisce in un dormitorio per sole donne; durante il giorno va in giro a cercare lavoro e finalmente lo trova. Dopo un anno Viola viene inserita in una casa-alloggio. Quindi, un'altra svolta ancora: un monolocale tutto per lei. Ora Viola vive da sola.



Viola

sabato 9 gennaio 2010

Comunicare con la diversità


Quanto è difficilie parlare con uno sconosciuto, ancor più se è ai margini.

Luciano di Samosata è stato un arguissimo scrittore greco vissuto qualche secolo dopo Cristo, nei tempi non sospetti di una società che definire multietnica era dir poco, da ogni punto di vista. Nell’opera “Icaromenippo” fa dire al filosofo cinico Menippo: “Ecco che tipo di musicisti sono gli uomini, e che tipo di dissonanza caratterizza la vita in terra: non solo perché gli uomini suonano in maniera stonata, ma anche perché sono diversi nel modo di vestire, di comportarsi e di muoversi; e non riescono ad avere un’idea in comune, mai, finché il direttore d’orchestra non li caccia di scena a uno a uno, dicendo che non gli servono più: da quel momento in poi sono tutti uguali, perché regna il silenzio più assoluto e non possono nemmeno più suonare malamente quel loro concerto confuso e disordinato”.

Quanto è difficile comunicare, trovare l’accordo dei cuori umani, quel pertugio che li conduca alla stessa via, quanto è difficile parlare con chi non conosciamo, ancora di più se diverso, ancora di più se è ai margini. Nel deserto dei Tartari Dino Buzzati ha scritto: “Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita”.

Allo stesso modo “lentamente muore…chi non parla a chi non conosce”, ha scritto Martha Medeiros, poetessa brasiliana. Le nostre strade sono piene di persone indigenti, mendicanti, note a margine di un romanzo che scrivono i “potenti”, i dotti, i fortunati e quanti altri personaggi della commediola umana quotidiana.

La mano tesa del bisognoso è il filo di una comunicazione impari, perché figlia della umiliazione, dell’abbandono, di una società che ormai prevede fisiologicamente lo “scarto umano”. Ci siamo mai chiesti perché quella persona è lì? Semplicemente qualcuno non ha lavoro, alcuni sono figli dell’immigrazione dai paesi sottosviluppati, giunti con il miraggio, che miraggio è rimasto, di un qualche guadagno, qualcuno vive per strada da quando era fanciullo.

Poi c’è chi è finito sul marciapiede da adulto o da anziano, per il fallimento di una attività, gioco d’azzardo, alcolismo, separazioni familiari e quant’altro.

Vi si trovano analfabeti e laureati, ma al passante frettoloso e distratto sembrano tutti uguali. C’è quello più silenzioso sdraiato a terra come una cosa, quello che chiassoso prende a calci il suo dolore, quello che chiede e sorride con voce flebile. Ed ecco che a volte spunta una monetina lasciata rotolare dentro il salvadanaio della propria coscienza, dentro il salvadanaio vuoto di speranze di chi tende la mano. Ma in genere regna il sospetto, perché la strada è il luogo della diffidenza, e allora si affretta il passo di fronte a volti nuovi o che non ci ispirano, stringiamo il cappotto, ci sinceriamo della borsetta e capita anche che non rispondiamo quasi a cortesi richieste di informazioni, nel timore che dietro a quella domanda ci sia qualche inganno per derubarci.

A tanto giunge la paura, che non c’è più uno sguardo puro su ciò che ci circonda, su chi ci circonda. Manca la fiducia e occhi che vedano bene quanto vantaggio ci sia ad aprirsi agli altri, pur conoscendo la malvagità che alberga nell’uomo. Solo giocando questa scommessa possiamo trasformare noi e gli altri. Il male è inevitabile, certo, ma chi guarda con cuore puro non si lascia scoraggiare, sorride, risponde e saluta, lascia parlare gli altri e comunica con amore.

Per fortuna molte persone si fermano accanto al mendicante. In realtà non hanno in mano i miracoli, ma spesso anche solo un saluto, una voce che taglia il silenzio fragoroso del caos cittadino e il suo formicolare informe, serve a tanto. Soprattutto essi hanno considerato quell’uomo e quella donna nel bisogno come una persona con una propria dignità, dei diritti, e su tutti con una voglia di comunicare pur nella emarginazione subita o cercata.

Ci sono sorrisi e parole che valgono più di molti tesori, che fanno zampillare la fiducia vivida come le stelle d’estate e rendono la notte del cuore meno fredda e serena, e che fanno sentire i bisognosi, nel fondo di tutta la propria miseria umana, ancora vivi. Proprio la riscoperta della fiducia nell’altro serve per prevenire la violenza che supponiamo ci verrà fatta da chi è ai margini, da chi si nasconde suo malgrado nell’ombra; Sandro Penna scriveva: “Oh nella notte il cane che abbaia di lontano. Di giorno è solo il cane che ti lecca la mano”.

Se noi ci apriamo, se noi diamo, anche chi vuole farci violenza, non aspettandosi questo amore profuso, si ferma. E’rimasto sorpreso perché contava sulla nostra paura, sulla nostra fuga, su un contraccambio di violenza, e invece ha trovato una possibilità, una speranza, qualcosa di molto diverso dal male.

Discorrere con chi non si conosce non è pericoloso, certo è giusto che si educhino i bambini ad una sana diffidenza, al famoso rifiuto delle “caramelle da uno sconosciuto”, ma la paura di tutti e di tutto non va insegnata mai, perché essa li renderebbe degli adulti egoisti senza un senso di solidarietà, nell’adolescenza degli arroganti, e dei giovani poi violenti.

Sono il silenzio, la paura dell’altro, la mancanza di comunicazione e di conoscenza che generano la violenza e il sopruso, mentre un sorriso, una parola buona aprono orizzonti empatici, solidali e comprensivi. Allora serve coraggio, il coraggio di parlare, di stringere una mano, di dare una carezza e non si perde nulla perché “chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà”, come scriveva Stig Dagerman. Libertà dalla paura di amare, che non ci tolgano pure questa, per favore.

di Cesidio D'Amico

domenica 3 gennaio 2010

Morale della favola?

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Questo trailer è tratto dal film Basquiat del regista J. Schanbel e guardandolo non ho potuto fare a meno di pensare a tutti coloro che si sono scontrati con la droga e quindi ai miei amici, ai ragazzi conosciuti sul luogo di lavoro, alle storie che mi raccontavano, alle sofferenze ma anche alle avventure a lieto fine. Sovente penso a: Cosimo, Rosario, Simone, Francesco e altri...alcuni li incontro altri non so dove sono, che vita facciano, il mio unico desiderio è che riescano a ricostruirsi una vita decente dopo tante macerie.