domenica 28 novembre 2010

La foto della settimana


mercoledì 24 novembre 2010

Violenza sulle donne, mattanza silenziosa

GIOCONDA violenza sulle donneAlla vigilia della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, l’associazione D.i.re, Donne in rete contro la violenza che coordina 58 centri in tutta Italia, lancia un grido disperato per fermare la chiusura dei centri e delle case di accoglienza che ospitano donne devastate da abusi e violenze. Sono Carmen, Vichi, Mariolina, Eleonora, che sono arrivate ieri a Roma, alla Casa Internazionale delle donne di via della Lungara, per testimoniare cosa succede a Palermo, Cosenza, Udine, Latina, Viterbo, e per raccontare che non sanno più come e dove accogliere donne violentate, maltrattate, picchiate e abusate, perché non sanno come pagare bollette, affitti, assistenza, per chi è costretta a scappare. Sono avvocate, psicologhe, antropologhe, operatrici che lavorano con grande professionalità e con una forza motrice al posto del cuore.

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“Da noi è tutto volontariato ormai – racconta Carmen Currò del Cedav di Messina – tu vedi professioniste di alto livello che di giorno lavorano al centro gratis e la notte fanno le baby sitter. Sono due anni che non abbiamo finanziamenti e per andare avanti facciamo sottoscrizioni, feste, però adesso siamo allo stremo”. Soluzioni creative dettate dalla disperazione di chi una mano sulla coscienza se la mette davvero, come Eleonora Baldacci del “Iotunoivoi” di Udine, che ha ipotecato la sua casa per pagare i debiti del centro, ben 100 mila euro, “e con me era d’accordo anche la mia famiglia – dice con un sorriso – non possiamo lasciare per la strada queste donne, come si fa ad abbondare una ragazzina di 12 anni abusata da tutti i conviventi della madre? Me lo devono spiegare gli Enti locali che ci stanno tagliando i fondi, che facciamo, la rimandiamo a casa? Noi accogliamo 300 donne l’anno e sono tutte situazioni tragiche”.

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Ma la guerra è guerra e queste donne non si fermeranno di fronte a un semplice: no, mi dispiace.
Al centro “Erinna” di Viterbo coordinato da Anna Magni, le donne sono soprattutto italiane e non straniere, perché il problema della violenza sessuale non è un problema di sicurezza come la maggioranza dei mass media italiani vuol far passare, e si tratta di abusi, violenze sessuali, maltrattamenti, umiliazioni fino all’urina versata sul corpo e minacce di morte, cose atroci di cui molte donne non sono neanche consapevoli perché non riescono a capire quello che stanno subendo soprattutto se sono all’interno del matrimonio. “A Viterbo – continua Anna Magni – abbiamo avuto tre casi di stupro da parte del branco ma la maggior parte sono tutti abusi in famiglia, e non avendo la possibilità di un rifugio a volte ospitiamo noi queste donne o ci autotassiamo per pagare un albergo”.

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Ma veniamo ai dati nazionali: questi centri nel 2009 hanno accolto sul territorio italiano 13.587 donne, delle quali 9.126 italiane e 3.859 straniere, per un totale di 49.158 colloqui, quasi 50.000 donne prese per mano e condotte fuori da un incubo. “La situazione più comune è la violenza in famiglia – conferma Emanuela Moroli, presidente di Differenza donna di Roma – ma adesso stiamo sfiorando il 90%, e la cosa tragica è che sono sempre partner o ex partner o anche i parenti più stretti. Figure che più sono vicine e più sono pericolose con un livello altissimo di stalking che spesso sfocia nell’omicidio. Quest’anno in 26 giorni tra ottobre e novembre sono state uccise 19 donne, quasi una donna ogni due giorni, una cosa che non succede neanche nei paesi in cui c’è il delitto d’onore. E ti rendi conto che è una mattanza, e che rispetto a questa mattanza le istituzioni e gli Enti locali sono indifferenti, anzi ostili, perché non capiscono la ragione per cui dovrebbero dare i soldi ai centri antiviolenza, e lo sai perché? perché pensano che non sia un fenomeno importante, non si rendono conto della distruzione devastante che una violenza porta in una famiglia, su una donna, sui bambini. Queste istituzioni non sono solo indifferenti, sono ignoranti”.

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Un’ignoranza che nel 2010 ha causato 115 morti tutte ascrivibili a violenze da parte di uomini, un vero e proprio femminicidio in costante aumento dal 2006 a oggi, e questi sono dati che non solo confermano l’alto rischio che le donne maltrattate corrono, ma che individuano nella società italiana il pericolo più grosso, perché il 76% degli assassini sono uomini italiani e per la precisione il 36% sono mariti, il 18% conviventi, il 9% ex, il 13% parenti. Come la ragazza di Terracina uccisa qualche giorno fa dal suo ex, un uomo agli arresti domiciliari che un anno prima l’aveva accoltellata ma che non era stato considerato pericoloso, ma allora uno si chiede: perché la ragazza è andata a casa sua? “Perché la percezione del pericolo da parte della donna è in relazione a come l’uomo viene considerato dalle istituzioni – risponde Mariolina Martelli del centro “Lilith” di Latina – se l’uomo non viene allontanato subito, o è anche ai domiciliari come in questo caso, la donna percepisce un pericolo minore e si espone, cioè si mette lei stessa in pericolo di morte. Anche se, e questo lo dico in tutta sincerità, le donne che si rivolgono al centro non muoiono, perché vengono sostenute e imparano a proteggersi, imparano a distinguere”.

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Una rete di donne, una rete di mani tese difficile da spezzare, come quelle di Vichi Zoccoli e delle sue operatrici, venute a Roma da Cosenza per dire che il rifugio del Centro “Roberta Lanzino” lo hanno dovuto chiudere perché non avevano più soldi: “E’ un dolore profondissimo vedere queste donne che ti vengono a bussare direttamente a casa perché non sanno dove andare. Una di loro, dopo la chiusura del rifugio, ha chiamato i carabinieri per una settimana, tutti i giorni chiedendo aiuto, non sa che fare né dove andare. Il rischio di queste donne è di vita o di morte, e se le donne muoiono perché non sono ascoltate e soccorse, le istituzioni si devono prendere la responsabilità di queste morti”.

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A dare un’occhiata alle raccomandazioni internazionali a sostegno dei centri antiviolenza vengono i brividi: “Devono essere assicurati finanziamenti di base sia per le istituzioni di donne che per tutte le organizzazioni impegnate nell’obiettivo di combattere la violenza contro le donne” (Risoluzione del Parlamento Europeo sulla violenza contro le donne, Doc. A2-44/86), oppure “Tutti i governi nazionali devono essere obbligati a creare e a finanziare un’offerta esaustiva e gratuita di supporto alle donne maltrattate e ai loro figli” (Forum esperti Conferenza Ue, 1999), ma poi esplode la rabbia quando vai sul blog della ministra alle Pari opportunità, Mara Carfagna, e leggi che ci sarebbero ben 18 milioni di euro stanziati per il Piano nazionale contro la violenza sulle donne e lo stalking , dichiarazioni in netto contrasto con la chiusura a domino dei centri antiviolenza, in contrasto con la realtà e il buon senso. E allora la domanda sorge spontanea: i soldi ci sono o non ci sono? E se ci sono dove sono finiti?

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“I 500 mila euro che erano stanziati per Napoli non sappiamo che fine hanno fatto”, dice Annamaria Raimondi del centro “Aurora” di Napoli. “Noi siamo l’eccellenza in Italia – spiega Annamaria – non c’è un altro centro come il nostro sul territorio nazionale. Siamo coordinate con l’Unità di psicologia clinica della Asl di Elvira Reale e il Centro clinico per i maltrattamenti in famiglia, e abbiamo il protocollo con il Centro ascolto psicologico. Tu dirai, che vuol dire? Te lo spiego, è un servizio di accoglienza psicologica al Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo di Napoli, per cui quando arriva una donna violentata o maltrattata all’ospedale viene immediatamente soccorsa, sostenuta e indirizzata al centro, non solo, perché viene fatta subito una perizia da una esperta e scatta la segnalazione in Procura in tempo reale con attestazione psicologica e la sintesi della storia. Questo facciamo noi. Un servizio con una professionalità che se la sognano, e sai qual è la verità? Che se non arrivano i soldi, noi chiudiamo a febbraio”.

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Domani è la Giornata internazionale contro la violenza sessuale su donne e bambine, voluta e celebrata dall’Onu non come un giorno qualsiasi ma come una spinta ad agire sia a livello internazionale che nazionale, che punti a sollecitare l’attenzione dell’opinione pubblica su un’emergenza sociale troppo spesso sottovalutata e che, in realtà, rappresenta una delle più diffuse violazioni contro la persona. Lo stesso segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha dichiarato ieri come questa non sia “una commemorazione ma una chiamata globale all’azione”, sottolineando la necessità di incrementare le risorse contro tutte le forme di violenza alle donne. Dichiarazioni delle Nazioni Unite, come quella sull’Eliminazione della violenza contro le donne del 1993, e Convenzioni internazionali, come quella per l’Eliminazione di tutte le forme di discriminazioni contro le donne del 1979 (l’anno del celebre “Processo per stupro” di Tina Lagostena Bassi, quanto mai attuale, di cui riproduciamo qui una scena), tutte sottoscritte dall’Italia, stanno lì a dimostrare che la violenza sessuale non è una bravata o un aspetto caratteriale di un uomo particolarmente irruente, ma una grave violazione dei Diritti umani. Rispettiamole e facciamole rispettare.

Luisa Betti

martedì 23 novembre 2010

Parlare di sesso non è scabroso


Riprendiamo un articolo di Lidia Ravera   perchè ci sembra possa essere spunto per un pacato dibattito sul rapporto donna-uomo. Buona lettura ma soprattutto riflettete.

 

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Oggi, ed è un uggioso martedì di novembre, verrà qui, a casa mia, una certa Katiuscia, con un operatore e una telecamera. Dalla voce nel telefono direi che è giovane giovane. Deve registrare, con me, una lunga intervista per una nuova trasmissione de La7:
“Maleducaxxion”. Donne in sala, donne in salotto. Talkshow femminile. Il tema mette i brividi: la sessualità. Dice: mi parli del sesso e della sessualità in generale (la Katiuscia). Chiede: perché parlare di sesso è ancora scabroso? Perché le donne non riescono a dire la parola orgasmo? Perché dicono: ho fatto l’amore invece di dire ho fatto sesso? Com’è che una donna realizzata e sicura di sè è inorgasmica? E’ colpa degli uomini? Vorrei prepararmi, perché la televisione mi costa e mi pesa, ma quando accetto preferisco fare le cose bene che arronzare. Però…
Dopo Freud non è tanto facile dire sesso a cuor leggero. La vita sessuale non è soltanto una attività cosciente, la nozione di vita sessuale, di vita libidica, ha anche una dimensione inconscia, che risale all’infanzia. Siamo tutti, uomini e donne, condizionati profondamente da occulte geometrie, da desideri inconsci, da vissuti infantili e forse addirittura prenatali.
Certo: il fine originario della sessualità è un fine di godimento, e Lacan dettaglia: “ciò a cui il godimento conduce non ha nulla a che fare con la copulazione nella sua finalità di riproduzione”, ma non si può farla troppo facile.
Le donne l’hanno conquistato con grande ritardo il diritto ad una sessualità intesa come godimento.
Grazie al dottor Pinkus che, inventandosi una certa pillolina, ha sdoganato il sesso dalla procreazione.
Come potevano aver voglia di fare sesso esseri umani che, ad ogni relazione sessuale, rischiavano una gravidanza? Soltanto quando si sono emancipate dall’obbligo riproduttivo le donne hanno incominciato a non considerare più il rapporto sessuale come un obbligo, un azzardo, una fatica, una catena che le legava al loro destino.
Il femminismo è stato il primo movimento culturale e politico a riflettere sulla sessualità. Femminile e non.
Scrive Carla Lonzi: il sesso femminile è la clitoride. Il sesso maschile è il pene. Scrive che l’orgasmo le donne non lo raggiungono attraverso la vagina, che la vagina è deputata a raccogliere il seme maschile e, eventualmente, esserne fecondate. La donna non gode procreando, l’uomo sì: il momento in cui il pene dell’uomo emette lo sperma, è il momento del suo orgasmo. La vagina è quella cavità del corpo femminile in cui, contemporaneamente all’orgasmo dell’uomo, si mettono le basi per il processo di fecondazione. Sarebbe bastato, caro Padreterno, sistemare la clitoride dentro la vagina e non fuori. L’orgasmo sarebbe stato incluso nell’atto sempre e comunque, per le donne come per gli uomini.
Ma non è stato così.
Nulla avviene per caso. Le donne, oggetto in certe culture, alla tortura dell’infibulazione, evidentemente, non lo devono provare il piacere. Per il loro piacere dipendono dall’abilità e tenerezze e empatia dell’uomo che può decidere di carezzarle in un certo modo e non semplicemente di dare l’assalto alla preziosa cavità.
Si è cercato di far credere che le donne capaci di raggiungere l’apice del godimento senza la partecipazione della clitoride sono donne mature e le altre immature, o (peggio) maschili. Ed è stato un altro modo sottile di colpevolizzare la ricerca del piacere da parte delle femmine della specie.
Parlare di sesso, cara Katiuscia, non è scabroso.
E’ difficile. Perché sono duri a morire certi stereotipi.
Il sesso, oggi, te lo tirano dietro a casse.
Non si riesce neanche a pubblicizzare un’utilitaria senza utilizzare cosce nude e richiami sessuali e doppi sensi.
Una sessualità libera e serena, invece, è lontana anni luce dal nostro vissuto quotidiano. Dalla vita reale.
Una sessualità libera e serena presuppone che le donne non siano funzioni del desiderio maschile, ma soggetti del proprio.
Era questa l’educazione sessuale delle ragazzine degli anni ’70, una educazione al protagonismo femminile.
In piazza, all’epoca, fra migliaia di donne, si scandivano slogan come “col dito, col dito, orgasmo garantito”, si intendeva legittimare la masturbazione come una delle pratiche possibili del piacere sessuale.
Si intendeva darsi il diritto al godimento…
Un rivoluzione culturale capillare.
Il diritto femminile al piacere. 40 anni dopo ci ritroviamo circondate da signorine piacenti che si danno in cambio di soldi, carriere, status sociale, provini in tivvù. E’ in atto una regressione spaventosa.
L’unica differenza fra l’inibita ragazza di ieri e la spregiudicata ragazza di oggi, è che la ragazza di oggi ha cresciuto dentro di sé una pars maschile (anche grazie al femminismo) e può usarla per investire l’altra parte, quella femminile, la sua bellezza/giovinezza, e farla fruttare. Alcune veline e affini sono il magnaccia di sé stesse, hanno incorporato il loro protettore.
Le donne continuano a dire “fare l’amore” invece che fare sesso? Meno male. Le donne, così dicendo, non intendono vergognarsi del sesso, ma includerlo in una relazione. Se, come diceva Lacan, non c’è che l’atto sessuale per stabilire un rapporto fra i due sessi, diciamo che le donne sono interessate anche all’uomo, alla persona, e non soltanto al suo fallo.

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